venerdì 22 luglio 2011

Mixture of thoughts

Mi sorprendo nel pensare quanto abisso e quanto settimo cielo ci siano nelle persone. Non che si possano sfiorare, ma indubbiamente percepire sì. Siamo un mondo a sé stante: piccoli puntini in un Universo sconfinato che lottano per i loro sogni o per denaro. Sono queste le due possibilità, almeno per quanto riguarda il mondo occidentale. Ogni essere umano conserva dentro sé lo sfavillio di una stella, come il buio più nero del nulla. Se ci pensiamo bene abbiamo anche fiumi, laghi e mari di sangue; alberi di cellule; cielo di ossigeno; strade di capillari; città di linfonodi. Un pianeta in miniatura, con le sue piogge o le giornate di sole. E un nucleo immenso e denso di significati, quello che chiamano il punto nevralgico di ogni nostro peregrinare fra riflessioni e concetti: il cervello. La società crede davvero sia lui il motore di ciò che riusciamo ad apparire. Ma non è così. Ci siamo dimenticati l’emotività, il sentimento. Sono loro a dare voce al nostro essere, loro a muovere i fili del cammino. E si arriva, dunque, al cuore.
Sono sempre stato attratto da esso. Un piccolo organo pulsante capace di portarci nelle vette più alte e meravigliose, quanto negli anfratti oscuri di uno scantinato. Ho cercato di seguirlo sin da quand’ero bambino. Quando mi regalavano qualcosa, cercavo sempre di donare a mia volta; se avevo del cibo, lo dividevo con il mio compagno di avventure. Non ero un egoista, sentivo di voler bene a tutti e mi piaceva quando qualcuno mi chiamava per giocare. Poi la vita è mutata lentamente, quasi senza accorgersene. Le persone mi hanno insegnato che dare molto può equivalere ad un percorso che termina con una delusione. Ma non fa niente. Non ho mai permesso a questo pensiero di stravolgere quello che sono, anche se alcune colorazioni hanno aggiunto o tolto qualche tonalità. Sono più attento e ora mi sono capacitato di necessitare anch’io di presenze stabili, di qualche piccola certezza, di amici che non scappano quando il cielo piange. E così facendo sono rimasto quasi “solo”. Ed è quel quasi a donarmi ancora la forza per continuare il mio percorso, per non cedere ad una vita che è diventata l’ombra angusta di un sogno. Mi sento soffocare. E so che l’aria devo trovarla da solo…

lunedì 11 luglio 2011

I want to live, not survive

C’è un silenzio torbido. Come se il mondo fosse avvolto nell’ovatta. Nel sottofondo del timpano percepisco il canto degli uccellini in lontananza e qualche refolo di vento troppo stanco per stare nel gruppo. Non fa eccessivamente caldo: l’aria condizionata è stata accesa creando un ambiente che somiglia al polare. Amo il freddo. Mi risveglia le cellule, ad una ad una. Mi fa sentire un po’ più vivo, contrariamente al caldo.
Sono cambiate tante cose in questo mese.
Una grossa porta si è chiusa dietro le mie spalle, mio malgrado. Non so se esserne felice o disperato, ma c’è un “sollievo” di fondo perché non avrei potuto fare altrimenti. Inutile tenere legato a sé qualcuno che sia benissimo di non poter accontentare. Il problema è proprio questo: a volte non si vivono serenamente le relazioni e i rapporti interpersonali poiché involontariamente ci viene chiesto qualcosa. Qualcosa che sovente non siamo in grado di regalare, o non vogliamo farlo. E allora tutta la stabilità viene a mancare, ci si sente in difetto e si finisce ritrovandosi a un bivio e alla fine di un percorso. Inoltre ultimamente mi sentivo poco libero di essere me stesso, di scrivere, come se fossi sotto controllo. Per me non c’è niente di peggio del sentirmi in gabbia. La vita stessa lo è per me… Non mi servono ulteriori sbarre e le rifuggo.
In questo periodo ho una persona vicino. Nei momenti bui mi mette una mano sulla spalla, fa di tutto per regalarmi un sorriso, si adopera con una dolcezza amichevole per farmi stare bene. È bello, sapete? Sentirsi coccolati nell’anima, poter lasciar andare le emozioni. Ogni tanto bisogna respirare. E poi facciamo lunghe chiacchierate. Ore e ore di parole che vagano su argomenti sempre differenti e spesso molto profondi. Oh, quanto amo la cultura! Poter discutere con qualcuno così appassionatamente e approfonditamente. Qualcuno di competente, che conserva ancora in sé lo stupore del mondo. Mi mancava. Senza dimenticare le introspezioni, i viaggi dentro il proprio cuore e nel proprio passato, lo scambio di esperienze. Mi dà davvero molto e ne sono felice. E pensare che è all'oscuro della parte più vera di me.
Nonostante tutto porto una grande frustrazione. Il dover rimanere silente, non dire, non poter divulgare ciò che sono mi opprime. Ci sono persone che in rete mi leggono altrove e non sanno niente di tutto questo; persone con le quali ho ormai instaurato un rapporto molto bello… Ma sono solo ciò che vorrei essere e dunque in realtà “non esisto”. A volte loro si incontrano, ma io non posso.
Mi merito davvero una vita così? Non sono una persona negativa, non credo. E allora… Perché?!

(PS: se qualcuno può entrare nel Blog, sarebbe così gentile da contattare la proprietaria di http://darksecretinside.blogspot.com/ e dirle di passare qui? Sa chi sono. Grazie.)

giovedì 19 maggio 2011

Life in silence and madness

Quando il crepuscolo lascia spazio alla notte, i pensieri cominciano la loro danza elegante sul pavimento della mente. Attorno, dame emozionate respirano l’aria pungente della sera. Quella fresca e umida brezza che s’insinua dolcemente e ci concede la pace con il mondo.
Sapete, quando ero piccolo non amavo il buio. Ero talmente fantasioso da vedere persone e creature ovunque, nella notte. Non li temevo. Volevo giocare con loro e la mamma non me lo permetteva. Un giorno disse che in me qualcosa non andava, così mi portò dal primo psichiatra della mia esistenza. L’inizio di una lunga fila. L’inizio dell’assurdo viaggio dentro di me. L’inizio dell’assurdo e basta.
All’epoca fui molto colpito da questo signore in giacca e cravatta, con una pancia che mi ricordava il dirigibile dei cartoni animati. Disse che il mio problema erano i sogni. Come se i sogni lo fossero davvero! Si permise di chiedermi se mi fosse possibile ignorarli, mi sottopose a ore ed ore di colloqui ove fui analizzato come un microbo. Mi sentivo trattato come il nonno, che era malato davvero. E forse fu così che cominciai a farmi più domande di quante se ne ponesse qualsiasi altro bambino della mia età. Ero socievole, solare, sempre pronto a giocare e aiutare. Ma, già allora, dentro mi sentivo solo come se nessuno comprendesse il mio piccolo mondo. In verità non lo afferravo nemmeno io. Troppo piccolo per intuire gli ostacoli sul sentiero, per comprendere una lacrima, per padroneggiare i disegni della vita.
A scuola gli altri giocavano con i pupazzetti di plastica, io spesso mi sedevo sul pavimento e leggevo. Mi estraniavo completamente da quel mondo immerso nel fracasso… e mi piaceva. Nonostante questo, avevo tantissimi amici e ogni giorno li chiamavo per giocare. Devo ringraziarmi per questo. Fu l’arma migliore per non tornare dal signore col pancione. Si convinsero che la situazione fosse transitoria, normale e io tornai ai miei vestiti da sceriffo raccontati in questo post.
Ricordo quegli anni con sorprendente nitidezza. Gli appuntamenti cadenzati con un orologio così preciso da farmi singhiozzare. Vagheggiavo, immaginando di legarmi all’armadio della camera con una fune spessa quanto quella delle navi, così la mamma non sarebbe riuscita a portarmi con sé e sarei potuto salire sulla bicicletta e vivere. Nel vento, nel sole di mezzogiorno, sulle foglie d’autunno, fra i profumi del bosco invernale.
Ma quel velocipede l’ho abbandonato là. Nei dedali di un’infanzia spensierata unicamente a tratti, dove la vita chiese molto più di quanto un piccolo uomo dovrebbe dare.